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La necropoli, risalente al VI secolo a.C., è composta da circa 40 tombe. Le sepolture presenti sono scavate nel terreno e sono costituite da una camera a forma quadrata con banchine lungo i lati ed una fossetta centrale alla quale si accede da un corridoio esterno. Notevole il corredo funerario qui recuperato, tra cui un prezioso specchio. Alcuni di questi reperti sono visibili presso il Museo Archeologico Nazionale di Orvieto. Il percorso che dà accesso alla necropoli, con molta probabilità, era una strada di collegamento tra vari insediamenti etruschi e romani situati tra la via Cassia e la via Traiana Nova.
Questa località si trova a poche centinaia di metri dalla località Fonti di Tiberio, nello specifico di fronte alla località che porta il significativo toponimo di Barcaccia/Barca Vecchia presso la quale Moretti, agli inizi del secoli scorso, collocava due grossi blocchi di travertino da lui posti in relazione al ponte romano su cui passava la Traiana Nova. Posta anch’essa ai piedi del rilievo su cui sorge l’abitato di Monterubiaglio, la loc. Coriglia vede, a pochi metri, la presenza di una ripida scorciatoia che sale fino all’abitato stesso, dove la tradizione orale colloca i resti di un antico acciottolato ormai non più visibile a causa dei lavori di bonifica, fatti due anni fa circa, a seguito di una frana. In questa località, presso una fonte perenne, nei primi anni ’90 del secolo scorso, sono venuti alla luce, nel corso di lavorazioni agricole per la realizzazione di una coltura specializzata, resti di numerose parti di muratura in opera quasi reticolata insieme ad un elevato numero di frammenti ceramici e materiali da costruzione relativi ad una villa di produzione romana. Le varie campagne di scavo hanno permesso di individuare una fase romana della villa con strutture e materiali di alta qualità il cui sviluppo però non è stato ancora definito. Le dimensioni di alcune di queste strutture fanno comunque pensare ad una organizzazione terrazzata. E’ stata documentata anche una fase etrusca, con strutture più labili ma materiali inconfondibili. I resti degli ambienti di produzione, attualmente però non sono visibili perché coperti da una tettoia di protezione. E’ stata invece appena restaurata la ben più recente fontana sorta vicino alla villa romana che ricordiamo si aggiunge alla massiccia presenza di evidenze archeologiche concentrate nel raggio di poche centinaia di metri. L’intervento di indagine archeologica ed il successo della campagna sono stati resi possibili grazie ad una sinergia di forze ed intenti che vede coinvolte la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria (nella persona della dott.ssa Natalini), il Comune di Castel Viscardo, The University of Oklahoma in Norman, Department of classics (Center for Classical Archaeology and Civilizations), il prof. David George, coadiuvato dai dott.ri Claudio Bizzarri e Silvia Simonetti.
Non si può parlare di tradizione senza comprendere fino in fondo le difficoltà della condizione artigiana immutata nel tempo e senza ammirare coloro che hanno lavorato e continuano a farlo, con l'intento di creare manufatti che vivono della loro utilità ma anche della loro bellezza. Nelle campagne e nei centri dell'Umbria dove la vita è da sempre determinata dalla necessità e dal bisogno, la ricerca del bello o l'arte si sono potute esprimere negli strumenti e negli utensili di cultura materiale che da sempre l'uomo ha creato per rendere la propria vita più confortevole. L'arte, dunque, attraverso l'artigianato, è una presenza costante nella vita quotidiana, divenendo al tempo stesso espressione del patrimonio culturale di una comunità, e oggetto fisico che esprime radicamento, competenza sui luoghi e le materie prime, la terra, l'argilla, la pietra. Arte anche come legame sociale che trova la suprema sintesi nel lavoro dell'artigiano il quale, seguendo regole e tecniche ereditate dai predecessori, crea giorno dopo giorno la sua piccola opera d'arte, unica e irripetibile. La provincia di Terni e il territorio Orvietano, sono particolarmente ricchi di testimonianze culturali di questo tipo, di valori, sapienze e tradizioni artigiane
L'aeroporto, di cui oggi rimangono solo poche rovine, venne realizzato, nel 1938, sull'altopiano a confine dei comuni di Orvieto e Castel Viscardo. Il progetto delle caserme e degli edifici funzionali si deve all'ing. Roberto Marino, mentre le aviorimesse furono progettate dall'ing. Pier Luigi Nervi. Queste ultime, interamente realizzate in cemento armato, fecero dell'aeroporto un'opera unica nel suo genere. L'inaugurazione dell'aeroporto avvenne il 27 marzo 1938. L'aeroporto, tra il 1938 e il 1940, ospitò la "scuola di pilotaggio di 2° periodo", tra il 1940 e il '42 vennero costruite, sempre dall'ing. Nervi, altre due aviorimesse, nel 1942 venne dislocato ad Orvieto il 18° Stormo o "Stormo Trasporti". Il 9 settembre 1943, il giorno dopo l'armistizio, l'aeroporto viene assediato dalla Wehrmacht e divenne ben presto la base operativa dell'aviazione tedesca; dopo diversi bombardamenti degli alleati, i tedeschi, nel 1944, decisero di spostarsi più a nord bruciando i velivoli e distruggendo tutte le strutture.
Il Fiume Paglia era una via naturale di transito e commercio, navigabile presumibilmente per un buon tratto (ci sono buone ragioni per credere che a Pagliano sul Tevere, all’incrocio con il Paglia ci fosse stato un notevole porto fluviale) e la posizione strategica del territorio di Castel Viscardo, che domina tutta la valle del fiume, ha fatto sì che fin dai tempi più remoti vi fossero insediamenti urbani. In diverse località nei dintorni di Castel Viscardo sono infatti state rinvenute numerose testimonianze di questi insediamenti che potrebbero essere inserite in un futuro percorso naturalistico ricco di reperti storici, artistici e ambientali.
Percorrendo un’incantevole strada panoramica verso Orvieto e la valle del Paglia si raggiunge Monterubiaglio, un piccolo e suggestivo borgo collinare posto su un declivio dominante la valle del fiume Paglia. Il suo territorio è ricco di acque termali ed offre angoli di rara bellezza naturalistica: oliveti, vigneti e boschi sono protagonisti indiscussi di questi luoghi. Le origini etrusco romane di Monterubiaglio sono documentate dal ritrovamento di alcune iscrizioni. Sicuramente costituiva un importante base dell’antica via romana Traiana Nova, che veniva utilizzata in alternativa all’altra via di comunicazione, la Cassia che collegava Bolsena a Chiusi. Su questo tragitto sono ancora visibili tracce del fondo in pietra e segni inequivocabili del passaggio assiduo lasciati dalle ruote dei carri.. Il nucleo abitato di Monterubiaglio si stringe attorno al castello medievale, abitato in passato dalla famiglia Monaldeschi della Cervara, che si occuparono, nel Duecento, della sua ristrutturazione e che vi dimorarono fino al 1650. Dopo il 1650, il suo possesso passò dai Ludovisi di san Casciano, ai Negroni, quindi nel 1882, ai Giberti Macioti. Si ricorda nel 1503 il saccheggiamento di questo luogo ad opera delle bande di ventura guidate da Cesare Borgia.
Nel 1250, su i resti di un tempio romano, fu edificata la chiesa dedicata ai Santi Giovanni Battista e Antonio da Padova. La sua struttura architettonica, ancora oggi, conserva intatta la sua originaria forma a navata centrale, ampliata da due navale laterali, con abside unica, priva di coro; la volta è a crociera, suddivisa in cinque spicchi, originariamente forniti di finestre; due di queste vennero chiuse successivamente da due dipinti di forma circolare con le immagini dei due santi Antonio abate e Marco evangelista. La finestra centrale posta sull’abside è dominata dall’immagine dell’Agnus Dei che protegge un ponte decorato scoperto dopo il restauro compiuto a seguito del terremoto che danneggiò la chiesa nel 1695. Dal 1652 si celebra la festa in onore della Madonna Assunta, con la processione che vede come protagonista la statua, in legno di pero, realizzata dallo scultore Ippolito Scalza. Lo stesso autore, fu il progettista della piccola chiesa a pianta ottagonale in località “La Madonna”; le mura ospitano gli stemmi nobiliari delle varie famiglie che sono subentrate nel possesso del castello.
Pianlungo costituisce un’unica conurbazione con la frazione di Allerona Scalo, infatti caratteristica particolare di questo abitato è quella di trovarsi sui confini amministrativi dei Comuni di Castel Viscardo e Allerona. Il paese è attraversato dalla linea ferroviaria cosiddetta "lenta" della tratta Roma-Firenze ed è presente una Stazione Ferroviaria denominata Allerona – Castel Viscardo. La Direttissima FFSS (alta velocità) attraversa Pianlungo così pure rimane perimetrale al nostro confine l’Autostrada del Sole. Il paese è situato nella valle del Fiume Paglia, in una piana alluvionale che nell’antichità ha scoraggiato gli insediamenti umani, mentre le colline circostanti portano testimonianze archeologiche di epoca romana e preromana, come dimostrato dai reperti rinvenuti nel sito di Coriglie o i resti della Via Traiana Nuova, variante della Via Cassia Antica nel collegamento tra Bolsena e Chiusi. Per tutto il medioevo, fino all’età moderna le popolazioni si concentrarono nei borghi di Allerona, Monterubiaglio, Ficulle e della vicina Orvieto. In seguito alla realizzazione della linea ferroviaria intorno al 1860 si forma la frazione di Allerona Scalo. Gli abitanti dei colli e dalle campagne limitrofe, per lo più contadini e braccianti, si trasferirono progressivamente intorno allo scalo merci e ad una fornace nel tentativo di abbandonare le campagne alla ricerca di attività più redditizie. Nel corso della seconda guerra mondiale, le forze di occupazione tedesca, situarono nei pressi di Pianlungo un comando avamposto per garantire il collegamento ferroviario Roma –Firenze in un punto cruciale quale l’attraversamento del fiume Paglia e del torrente Ritorto. I numerosi bombardamenti perpetrati nel tentativo di distruggere i Ponti, il Comando e la Stazione portarono numerose vittime e devastazione. L’abitato di Pianlungo comincia ad ingrandirsi nel dopoguerra grazie soprattutto alla costruzione della linea ferroviaria “Direttissima” e dell’autostrada del “Sole” e tuttora continua a prevalere l’espansione lineare delle frange dell’insediamento, in particolare in direzione sud e in direzione est, e dove si consolida la fusione con l’insediamento strutturato attorno allo scalo di Allerona. Pianlungo ricade nell’area studio dello S.T.I.N.A. che vede coinvolto il nostro Comune , nel perimetro a ridosso della valle del fiume Paglia. Lo S.T.I.N.A. è un Sistema Territoriale di Interesse Naturalistico e Ambientale costituito da alcune aree naturali protette tra cui la Selva di Meana, 3.255 ettari di boschi, popolati tra l’altro da tassi e martore.
Adibendo una sede recuperata da un antico fontanile, il Museo Etnografico di Castel Viscardo è stato costituito dal Comune, con il fattivo supporto del Gal Trasimeno-Orvietano e della Regione Umbria, assumendo inizialmente la denominazione di Museo delle Terrecotte. Il Museo fa parte del circuito dell'Eco Museo del Paesaggio Orvietano. La principale finalità è quella di ricordare e valorizzare il lavoro dei “fornaciai” di Castel Viscardo, attività che, documenti alla mano, attraversa la storia del territorio già a partire dal Medioevo. Quello del “Cotto di Castel Viscardo” è un esempio di attività artigianale che ha saputo adattarsi al progresso pur rimanedo uguale a se stessa: ad oggi lo stampaggio dei mattoni è rigorosamente fatto a mano esattamente come centinaia di anni fa. Nel corso del 2019 il Consiglio Comunale ha approvato, all'unanimità, il cambio di denominazione, in virtù di un progetto di ampliamento dell'offerta museale che prevede l'allestimento di una Sala etrusco-romana che accoglierà una serie di reperti provenienti dalle emergenze archeologiche del territorio comunale. In tal senso il Museo Etnografico ha il compito di raccogliere, conservare e valorizzare le testimonianze demo- etno- antropologiche del territorio che rappresenta creando un centro di cultura e di ricerca. La volontà e quella di legare il territorio al Museo cercando il dialogo con le scuole, le collaborazioni con Associazioni e Cooperative, e promuovere la diffusione e la conoscenza del patrimonio del proprio territorio attraverso iniziative congressuali, corsi e laboratori.
Recentemente, durante i lavori di sistemazione di Piazza 4 Novembre, è ritornato alla luce dopo circa un secolo di oblio, il pozzo o cantinella del “campo della fiera”. Testimonianze sulla sua esistenza sono riscontrabili addirittura nel 1668, quando Orazio Spada annotava di aver fatto realizzare una vasca per raccogliere nel quale si stabiliva: “L’acqua della cosi detta Cantinella scaturiente nel sottosuolo dell’area da occuparsi, con diritto di luce resterà di esclusiva proprietà di Sua Eccellenza restando intesi che la conservazione del diritto di luce non arrechi sfregio al piazzale antistante l’Edifizio”. Il pozzo, chiuso dopo la Prima Guerra Mondiale, è stato recentemente restaurato e reso visitabile con il contributo della Comunità Europea e della Regione Umbria. l’acqua presente nel sottosuolo del prato, poi convogliata nella “Cisterna dell’horto” allo scopo di annacquare il giardino. La sua conformazione si compone di un tunnel, attraversato il quale si giunge in una camera ai cui lati sono poste delle nicchie in sassi e mattoni dove era possibile appoggiare le anfore, oltre la quale si trova la cisterna d’acqua. Delle nicchie simili sono state rinvenute recentemente anche nelle abitazioni nei pressi dell’arco abbattuto. Il pozzo era indicato nelle varie planimetrie utilizzate per la progettazione del nuovo Palazzo Comunale, entrando da protagonista anche nel compromesso stilato per la concessione dell’area in occasione della costruzione dell’edificio comunale, nel quale si stabiliva: “L’acqua della cosi detta Cantinella scaturiente nel sottosuolo dell’area da occuparsi, con diritto di luce resterà di esclusiva proprietà di Sua Eccellenza restando intesi che la conservazione del diritto di luce non arrechi sfregio al piazzale antistante l’Edifizio”. Il pozzo, chiuso dopo la Prima Guerra Mondiale, è stato recentemente restaurato e reso visitabile con il contributo della Comunità Europea e della Regione Umbria.
Prima di avere una pineta (con la stragrande maggioranza degli alberi piantati in occasione della “Festa degli alberi” degli anni cinquanta e sessanta del XX secolo) e impianti sportivi, oggi di proprietà della Partecipanza Agraria e in concessione al Comune, il “Prato” è stato per secoli il giardino privato del Castello, al quale i castellesi non potevano accedere se non in tempi stabiliti. La trasgressione era punita con la combinazione di severe sanzioni; secondo il disposto di un bando del Settecento, si stabiliva: “che se alcuno si farà ardito d’attraversare la fratta, o sia siepe del Prato cada in pena di baiocchi cinquanta”1. Nei secoli passati è stato coltivato con vigne e anche con oliveti; gli abitanti per poter aprire anche solo una finestra o porta che vi si affacciasse, erano obbligati a richiedere il permesso al marchese, come testimoniano numerosi atti notarili2. Più avanti, la proprietà era aperta al pubblico passeggio solo in alcuni periodi dell’anno (quando non c’erano le colture, la trebbiatura o il pascolo delle erbe estive), solitamente tra le due festività di Sant’Angelo («da S. Angelo di Maggio a S. Angelo di Settembre», ossia dall’8 maggio – apparizione – al 29 settembre – dedicazione – di ogni anno). L’intera superficie serviva per fare il fieno ed era comunque recintata3. All’inizio del Novecento, l’ingegner Zampi lo definiva: “Questa zona dopo le case […] è occupata da un grande e vasto prato, limitato dalla parte di tramontana dalla parete rocciosa”, con un declivio della collina che si prolungava sino al Paglia, subito identificato come la superficie più adatta alla costruzione del progettato Palazzo Comunale e Scolastico4. La stessa modifica del primo progetto di costruzione dello detto edificio risultava vantaggiosa visto: “un minor deturpamento del grandioso prato, che nella sua parte superiore rimarrebbe sempre in proporzioni tali da non far rimpiangere un luogo che per tradizione è caro a tutti i Cittadini di Castel Viscardo, ed ovunque rinomato per la sua grandiosità”5. Nello stesso periodo, la zona era oggetto di un altro progetto, con il principe Spada che incaricava Zampi di realizzarvi una strada che collegasse: “la Chiesa dedicata al SS Crocifisso ed il Palazzo”, percorrendo, appunto, il “prato”. Si prevedeva uno sterro di circa un metro, una vera e propria trincea che attraversava la zona, quasi totalmente ricoperta già nel 19136. Dopo essere entrato a far parte del patrimonio della Partecipanza ne è stato, finalmente, liberalizzato l’accesso a tutti coloro che lo desiderano, divenendo nel tempo uno spazio di infinite sensazioni, da sempre amato dai castellesi e villeggianti; non c’è famiglia del paese che non conservi una foto ricordo in questo luogo, segno di spensieratezza e ritrovo estivo per eccellenza.
La chiesa parrocchiale della Ss.ma Annunziata (titolo con cui è denominata solo dal Settecento avanzato) era edificata nella seconda metà del XVII secolo per volere del marchese Orazio Spada signore e padrone del Castello di Viscardo. La nuova costruzione era stabilita nella “Strada Del Giardino” che conduceva dal “Suddentro” (l’antico insediamento tardo duecentesco) fino alla chiesa dedicata a Maria (oggi la Sala Sant’Agostino). Faceva parte di un assetto urbanistico pensato e voluto dagli Spada fuori le mura della vecchia rocca, con l'edificazione di case per vassalli (su disegni di G.B. Arcucci e T. Mattei), terminato poi nel Settecento con la comparsa di edifici con ripetizione dello stesso linguaggio architettonico (botteghe e case, tra cui anche quella canonica). Edificata in stile tardo barocco, lungo l’asse viario-prospettico che conduceva al portale d’ingresso del Castello dei Principi Spada, doveva costituire uno dei punti nodali dell’intera linea stradale. Le prime notizie della costruzione sono del 1670, quando il marchese prendeva accordi con Brusati Arcucci che, in quel momento, fungeva da architetto di famiglia. Le fondamenta risalgono al 1673, con i lavori che durarono diversi anni; la facciata era terminata solo nel 1689 anche se, nel frattempo, la chiesa era officiata, tanto da ritenere convenzionalmente il 1682 l’anno della sua effettiva erezione. Nel 1683 il marchese Spada otteneva il permesso di abbattere l’antica parrocchiale all’interno delle mura e nella nuova era possibile seppellire e battezzare.
Non si può parlare di tradizione senza comprendere fino in fondo le difficoltà della condizione artigiana immutata nel tempo e senza ammirare coloro che hanno lavorato e continuano a farlo, con l'intento di creare manufatti che vivono della loro utilità ma anche della loro bellezza. Nelle campagne e nei centri dell'Umbria dove la vita è da sempre determinata dalla necessità e dal bisogno, la ricerca del bello o l'arte si sono potute esprimere negli strumenti e negli utensili di cultura materiale che da sempre l'uomo ha creato per rendere la propria vita più confortevole. L'arte, dunque, attraverso l'artigianato, è una presenza costante nella vita quotidiana, divenendo al tempo stesso espressione del patrimonio culturale di una comunità, e oggetto fisico che esprime radicamento, competenza sui luoghi e le materie prime, la terra, l'argilla, la pietra. Arte anche come legame sociale che trova la suprema sintesi nel lavoro dell'artigiano il quale, seguendo regole e tecniche ereditate dai predecessori, crea giorno dopo giorno la sua piccola opera d'arte, unica e irripetibile. La provincia di Terni e il territorio Orvietano, sono particolarmente ricchi di testimonianze culturali di questo tipo, di valori, sapienze e tradizioni artigiane
La faggeta è una delle particolarità più interessanti dal punto di vista naturalistico di Castel Viscardo. Di proprietà della Partecipanza Agraria, è vincolata dalla competente Soprintendenza per i Beni paesaggistici, in quanto trovasi in una zona depressa rispetto alla abituale altitudine ove questa tipologia di albero cresce e si istaura. Si tratta di un rigoglioso bosco di grandi dimensioni, recentemente oggetto di escursioni volte alla sua valorizzazione e alla visita turistica. Esso si trova al di sotto della località denominata “Cornale”, dalla quale vi si accede, parimenti alla risalente strada della Necropoli etrusca delle Caldane, ai piedi delle rupe del Pinzale, a una altitudine compresa tra i 380 e i 550 m. s.l.m. La presenza del faggio a questa altitudine rappresenta una sorta di reperto archeologico, testimoniando come in passato questa specie dovesse avere una forte diffusione nell’Alta Tuscia e lungo la valle del Paglia
Scendendo da Castel Viscardo, verso il Paglia per la strada del Macchietto, sulla sinistra prima della località Caldane e all’interno di un piccolo bosco, si trovano le rovine del cosiddetto Conventaccio, chiamato così dai castellesi perché ritenuto luogo circondato da misteriose leggende, vista anche la sua posizione dentro la cresciuta vegetazione e la sua non chiara origine. Probabile piccolo fortilizio, castelliere di origine medievale o torre di avvistamento, si tratta di alcuni ruderi di una struttura più volte rimaneggiata con murature a sacco, la cui composizione della malta non presenterebbe, ad oggi, tracce di antichità.
Altri itinerari a Acquapendente, Castel Viscardo e Onano